Gift to Queer

Cover - Gift to Queer

Gift è una ragazza lesbica, africana, immigrata e richiedente asilo. Scappata dalla Nigeria a causa del suo orientamento sessuale è arrivata in Italia. Qui deve ricominciare la sua vita e chiedere asilo. Dai deserti del Niger ai tribunali italiani, iniziate con noi il viaggio alla scoperta della storia di Gift.

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Gift to Queer

Durata 00:22h

SONO INTERVENUTI

Gift Mfon: Ragazza lesbica, nigeriana e richiedente asilo. Membro del gruppo di migranti LGBT+ “Black and White G.A.G.A.”
Stafford Kanama: Ragazzo gay, nigeriano e richiedente asilo. Calciatore. Responsabile del gruppo di migranti LGBT+ “Black and White G.A.G.A.”
Guilavogui Jean Bloom: Ragazzo gay, guineano e richiedente asilo. Studente. membro del gruppo di migranti LGBT+ “Black and White G.A.G.A.”
Blessed Edugie: Ragazza lesbica, nigeriana e richiedente asilo. Tesoriere del gruppo di migranti LGBT+ “Black and White G.A.G.A.”

Queer to queer vuole dare voce alle minoranze del mondo LGBT+, e vuole che tutte e tutti possano sentire questa voce.
Crediamo nella piena accessibilità dei nostri contenuti e per questo motivo troverai per ogni episodio il testo completo.

Blessed: To be..in my country…To be a lesbian in my country is difficult because when you are a lesbian in my country you can’t show it to others, you have to keep it to yourself because in that place they don’t accept shut things, so…it’s a problem to tell other people that you are a lesbian or you are a gay. Because it’s a big problem in Nigeria. 

Nicola: La storia di Gift ormai la sapete. L’avete conosciuta a Ekpeshi, in Nigeria. L’avete accompagnata fino a Vicenza, passando per un amore vietato, un viaggio fino al cuore dell’inferno e l’arrivo in un mondo nuovo. Un mondo sconosciuto e pauroso, ma sicuro.

Giulio: La storia che vogliamo raccontarvi questa volta è diversa. E’ la storia che ci lega a Gift. Questa volta vogliamo raccontarvi un po’ anche la nostra storia.

(Sigla) Giulio: Siamo Giulio e Nicola, vogliamo cambiare il mondo  e ci proviamo partendo da qui. 

Nicola: Questo è queer to queer, un podcast che vuole dare voce alle minoranze nella minoranza. 

Giulio: Parliamo di lesbiche, gay, bisessuali e trans, ma vogliamo raccontarvi le storie di cui non parla nessuno, troppo scomode per essere raccontate nelle riviste patinate, troppo lunghe per un post di Instagram, perfette per un podcast. 

Nicola: Preparatevi, non basteranno glitter e arcobaleni questa volta, andremo oltre i soliti cliché. Alzate il volume e iniziate questo viaggio con noi. 

 

N (Nicola): Martina sta parlando. Lei e Gift sono sole in una stanza del centro di accoglienza. È la stanza dove Martina aiuta GIft a prepararsi per la commissione. Lei ripete all’infinito il motivo per cui ha lasciato la Nigeria. Quello falso. Racconta della povertà estrema in cui viveva, della sua famiglia e di quell’uomo con cui i suoi genitori volevano che lei si sposasse. Racconta all’infinito. Ripete la storia molte volte. Ogni volta allo stesso modo. E’ precisa, non sbaglia mai, non dimentica mai nemmeno un dettaglio. Parla e racconta per ore.

G (Giulio): Ma questa volta è anche Martina a parlare. Le sta dicendo che la sua storia non regge, non è credibile. Si capisce che sta dicendo delle bugie e non capisce perché. Con questa storia Gift non riceverà mai l’ambito “positive”. Gift non riesce a rimanere concentrata. Ha un pensiero che continua a ronzarle in testa e diventa sempre più ingombrante. Le occupa la mente da settimane. Da quando ha visto per la prima volta il braccialetto di Martina. Love is love. Love who you want. Poteva fidarsi di lei? Poteva davvero dire la verità? Cosa sarebbe successo? L’avrebbero buttata fuori dal centro di accoglienza? L’avrebbero rimandata in Nigeria? In ogni caso, con la storia che si era inventata non sarebbe andata molto lontano, così le stava dicendo Martina. Gift, con lo sguardo fisso sul braccialetto e la voce di Martina nell’orecchio scoppia a piangere. E’ un pianto di liberazione, con le lacrime esce anche la verità. Ho lasciato la Nigeria perché amavo una ragazza. Martina si ferma, respira. Sei al sicuro qui.

N: Ci arriva una chiamata. E’ Martina, si presenta. Dice che una ragazza Nigeriana, ha appena fatto coming out. Dice di essere lesbica. La vuole mandare a parlare con un’associazione LGBT+ che si occupi di richiedenti asilo. Vuole farla parlare con noi.

Gift: What impressed me more? I see people like me, that’s what impressed me more. They take me the way they see me and they appreciate the way I am.

Giulio: Qui stanno parlando di noi, Nicola e Giulio, ma anche di tutti gli altri volontari che operano in GAGA. Nello sportello dedicato ai migranti LGBT+. Qui, come Gift, un altro centinaio di richiedenti asilo hanno trovato uno spazio di confronto e supporto gratuito. Gli spazi come GAGA sono spesso il primo luogo in cui queste persone hanno scoperto che essere gay o lesbica in Italia non è un reato, che se vieni picchiato per strada puoi denunciare il tuo aggressore e che due persone dello stesso sesso possono unirsi civilmente. Qui trovano anche un aiuto qualificato per la loro richiesta d’asilo con la possibilità di accedere al supporto di avvocati, psicologi, psicoterapeuti e sessuologi.

N: Gift, quando arriva da G.A.G.A., racconta per la prima volta quello che è successo davvero in Nigeria. Con Martina, in parte, si era confidata, ma ha accettato la proposta di confrontarsi con un’associazione dove avrebbe potuto trovare persone come lei. Quando arriva allo sportello migranti Gift incontra noi, se lo aspettava, Martina gliel’aveva detto che avrebbe parlato con dei ragazzi. Ma c’è qualcosa che la sorprende davvero, o meglio, qualcuno: Joyce. Joyce è una ragazza Nigeriana, lesbica. Gift si sente finalmente capita. Con Joyce può confrontarsi. E’ una ragazza che sa già cosa significa sentirsi soli, abbandonati e in un Paese straniero senza poter parlare con nessuno. Gift a GAGA inizia un percorso, si parleranno di tante cose, non solo della Nigeria, ma anche d’Italia. Delle difficoltà con la sua cooperativa, di amore e di paure.

G (Giulio): La possibilità di dire per la prima volta tutto quello che sente, libera da qualsiasi paura, è un sensazione nuova per Gift, non è così facile all’inizio, ma poi inizia a parlare di tutto e il sorriso non svanisce più. Ma in GAGA, Gift, non trova solo un supporto, trova una famiglia. Con Joyce inizia a frequentare il gruppo Black and White GAGA, dove trova altri migranti LGBT+, suoi connazionali e non. Gift scopre di non essere sola, ma soprattutto di non essere LA sola. Scopre che a pochi passi da lei, in Nigeria, vivevano altre ragazze lesbiche e che queste sono scappate per il suo stesso motivo. Gift ora si sente compresa al 100%. Finalmente ora può sentirsi capita quando parla di quanto sia frustrante essere immigrati, neri e omosessuali nell’italia del 2020.

N: Gift, infatti, ha velocemente riscoperto la discriminazione. Sì, c’è GAGA, la sua famiglia. Una famiglia in cui può essere se stessa. Poi, però, quando esce da GAGA e incontra altri suoi connazionali deve fare attenzione. Per alcuni di loro essere omosessuale è ancora un abominio. E’ straniera in mezzo a loro, in mezzo agli altri Nigeriani. E’ straniera anche in mezzo agli Italiani. In questa Italia anche trovare lavoro è più difficile per chi ha un accento e un aspetto diverso. E quando trovi lavoro, una casa dove vivere non te la darà nessuno, anche se te la puoi pagare con il lavoro che hai. Se hai la pelle nera sei sporco, puzzolente, non sei affidabile. Nessuno vuole avere degli immigrati nel proprio condominio. GAGA dà una mano a Gift, ma non può arrivare ovunque. A trovarsi una casa quando uscirà dalla cooperativa di accoglienza, per esempio, dovrà pensarci lei.

G: Siamo nell’aula del tribunale, il primo colloquio con la commissione è andato male, non ha creduto alla sua storia è stata ritenuta

N: “troppo generica, contradditoria, incoerente, poco plausibile, suscitando perplessità circa la sua veridicità e credibilità”.

G: Ha dovuto fare ricorso. Questa  volta però Gift ha una traduttrice di fiducia, di GAGA. In aula c’è anche il vicepresidente dell’associazione a testimoniare il percorso fatto. Gift è dentro l’aula, con cinque pagine di relazione e un avvocato che conosce lei e il suo caso perfettamente. Fuori dall’aula ci sono un sacco di persone africane che aspettano la loro udienza.

N: Quando entra, il giudice non guarda nemmeno Gift in faccia. Prende i dati anagrafici della traduttrice e inizia ad incalzare Gift di domande. Ma non si rivolge a lei. Sguardo fisso sullo schermo del pc posto su una scrivania a da le spalle a Gift. Non alza lo sguardo, mai.  “Quando dista casa tua dalla tua scuola”? “Ci vai a scuola d’italiano?” “Perché non sei scappata in un villaggio più vicino e ti sei nascosta lì?” “Con la tua famiglia ci parli?”, “Con questa ragazza hai avuto rapporti sessuali?” “Quanti?” “Quante volte la settimana?”, “E qui in Italia hai una fidanzata?” “Perché no?” “Nemmeno persone con cui fai sesso?” “Non fai sesso qui in Italia?” “Un lavoro ce l’hai?”.
Gift non capisce, pensava si sarebbe parlato di quello che le è successo, pensava avrebbe potuto raccontare di cosa significa essere lesbica in Nigeria, delle discriminazioni e della violenza subita.

G: Il giudice taglia corto, prima ancora che Gift se ne renda conto è tutto finito. Non è riuscita a spiegarsi, era spaventata. Il suo avvocato la rincuora, ma Gift capisce che anche lui è spaventato. Le aveva detto di spiegare tutto con tanti dettagli, di non tralasciare nulla. Non ci è riuscita. Ha avuto paura. E poi tutte quelle domande sul sesso, così personali l’hanno messa ancora più in crisi. L’esito uscirà solo dopo sei mesi. Sei mesi in cui le dicono che un contratto non glielo danno. Potrai lavorare in regola solo se avrai un documento vero, altrimenti te ne devi andare. A GAGA ci continua ad andare, ma è spaventata. La notte dorme poco. Tutto nella sua vita dipende da cosa deciderà quel giudice.
I sei mesi passano.

N: Ehi non vi siete addormentati, vero? Beh? Volete sapere cos’è successo? Ovviamente questa volta c’è il lieto fine!

G: Gift otterrà lo status di rifugiato dopo quasi quattro anni tra richiesta d’asilo e ricorso davanti al tribunale. Il lavoro dell’avvocato, la relazione di GAGA rispetto al percorso di Gift e la sicurezza che ha mostrato durante il colloquio hanno aiutato a fare chiarezza sul suo caso. Certo, quel colloquio non è stato il massimo, c’è ancora molto da migliorare nel sistema, ma qualcosa sta iniziando a cambiare.

N: Come avete sentito, noi Gift l’abbiamo incontrata e ci siamo confrontati più volte con lei. Ma Queer to queer nasce per dare voce a chi ancora non ha avuto modo di farsi sentire. Per questo qui con noi ci sono altri due ragazzi parte di GAGA, Stafford e Jean Bloom,pronti a chiacchierare con noi!

N: Ciao! Grazie per aver accettato di fare quattro chiacchiere con noi. Per prima cosa in realtà vorremmo chiedervi di presentarvi?

Jean Bloom: Io mi chiamo Jean Bloom, ho 24 anni, vengo dalla Guinea, la Guinea Francese. Prima di tutto sono un omosessuale e lo assumo con serenità.

Stafford: Salve mi chiamo Stafford Kanama, vengo dalla Nigeria ho 20 anni e sto qua in Italia da 2 anni in più quasi. Meno di 3 anni.

N: Jean Bloom, puoi raccontarci cosa ha significato essere omosessuale per te in Guinea?

JB (Jean Bloom): Ma è una cosa che è male vista nel mio Paese. La gente non la accetta quindi è difficile viverlo lì. Quando una persona è omosessuale nel mio Paese è come il diavolo. Nella Bibbia dicono l’anticristo. Il male proprio. Quindi l’omosessualità nel mio Paese ci sono leggi anche che lo puniscono. E’ proprio difficile vivere lì come una persona omosessuale.

Ma qua direi che è diverso ci sono alcune che danno pregiudizi vero, ma dirò che qua si sente bene perché nessuno non ti chiede perché hai scelto di essere così. Secondo me è una cosa che non si sceglie anche, perchè è naturale, non si sceglie. Qua nessuno ti giudica. Ci sono alcuni pregiudizi, ma non così tanto come in Africa.

N: E invece in Italia essere omosessuale, richiedente asilo e nero? Ci sono differenze con gli omosessuali italiani?

JB: Sì secondo me è una doppia difficoltà perché essere prima richiedente d’asilo è una cosa e  essere ancora omosessuale è un’altra cosa. Perché il richiedente d’asilo è una persona considerata come una minaccia qua in Italia secondo me, in questo momento proprio e essere entrambi  richiedente d’asilo e omosessuale diventa più difficile perché qua ci sono…è vero che ci sono leggi che proteggono gli omosessuali, ma non tutti lo capiscono. Quindi se sei un richiedente d’asilo e omosessuale è difficile proprio difficile.

 

N: E invece per te Stafford? Come la pensi su questi temi?

S (Stafford): Quando sono arrivato in Italia da due mesi ho trovato un ragazzo italiano che si chiama Marco. E lui mi da coraggio di uscire come sono io, omosessuale. Lui mi ha detto che in Italia si accettano le persone omosessuali perché c’è legge che proteggere le persone omosessuali. Quindi per questo io ho coraggio di uscire come sono io, non come in Africa. Noi, in Africa, non possiamo uscire, stare come omosessuale, lesbica e gay. Ma in Italia abbiamo una libertà, diciamo libertà  Ma anche ci sono alcune persone che ti vedono come tu non sei un persona normale, ma anche ci sono alcune persone che ti accettano come sei tu. Come sei omosessuale, gay, lesbica. Ci sono. Perché dove lavoro adesso ho trovato tre italiane che sono lesbiche. E c’è una ragazza che si chiama Gloria che mi ha chiesto che “perché tu sei nero e tu sei gay?” Ho detto che non solo voi italiani o bianchi sono lesbica o gay, anche in Africa ci sono. Siamo umani. Le persone siamo nati gay. Ci sono le persone che sono nati gay, sono nati lesbica. Non è che sei bianco, sei nero. Siamo uguali, solo colore che cambia.

 

N: Che ruolo ha avuto GAGA nel tuo percorso Stafford?

S: Per me, Stafford, G.A.G.A. è una famiglia. È la mia vita. Perché quando mi sono rifiutato la mia famiglia, quando sono scappato dalla Nigeria in Italia non conosco nessuno. E quando sono andato da G.A.G.A. ho trovato una famiglia che mi da coraggio di farlo quello che voglio farlo. Quindi G.A.G.A. è un luogo che se tu non hai nessuno, se tu non hai nessuno, se tu sei LGBT+ gay, LGBT+ lesbian, se tu non hai nessuno, porta è aperta, vieni. E G.A.G.A. è una casa, è una famiglia che sta crescendo e quindi per me è famiglia, è famiglia, è famiglia per me.

N: nella storia di Gift la commissione e il tribunale sono stati momenti difficili per lei. Hai voglia di raccontarci la tua esperienza?

JB: E’ un po’ difficile perché io ho avuto un interprete che era una persona di colore come me. Ero un po’ come…non mi sentivo a mio agio con lui, perchè secondo me lui anche mi giudicava male mentre faceva il suo lavoro, ma pensavo così quindi ero un po’… è un problema anche perché le cose che ho detto lui non ha interpretato così bene come le ho detto. E in quel momento non parlavo così bene italiano. Anche adesso so che non parlo così bene, ma in quel momento non parlavo così.Quindi quello che ho detto, soprattutto i dati che ho menzionato, lui non ha potuto dire questo veramente bene. Secondo me è un problema, un problema di interprete che è un po’ una cosa che fa molto fatica i richiedenti di asilo.

 

N: Quindi, l’interprete non era preparato  sufficientemente?

JB: Sì penso così. Può essere che non è così, ma io penso così. Penso che lui sì, non era preparato e non diceva proprio le cose che come le dicevo, come le sentivo non diceva così quindi…

 

N: Grazie Jean Bloom, c’è un’ultima cosa che vuoi dire? Un messaggio che vuoi lanciare?

JB: E sì. Io inizio per ringraziare tutte queste persone che mi capiscono, che mi accettano come sono, che mi vogliono bene. Direi anche è un piacere per me intervenire a questo…podcast si dice, sì. Quindi attraverso questa emissione so che tante persone mi ascolteranno e dirò che le persone che fanno ancora…che hanno delle idee un po’ brutte per le persone LGBT+ di essere più…più umani perché è una cosa normale, non è una cosa che si sceglie e…. si nasce omosessuali non si diventa, secondo me. Quindi le persone che hanno dei pregiudizi devono cambiare le idee e accettare le persone come sono. Grazie.

N: E tu Stafford hai un ultimo messaggio che vuoi lasciare?

S: E sì. Vorrei ringraziare le persone che mi ascoltano LGBT+. Una cosa che voglio dire è: lavoriamo insieme, come famiglia. Dobbiamo lavorare per aiutare questa famiglia e cresciamo, cresciamo perché questo mondo è nostro. Quindi se siamo omosessuali, lesbiche andiamo avanti, non pensiamo che quello che gli altri dicono su di noi, no, ma andiamo avanti e cresciamo nostra famiglia. Grazie, Grazie.

N: Grazie per essere stati con noi e per il vostro contributo a Queer to queer.

G:Quello che avete appena ascoltato è il secondo episodio dedicato a Gift. La storia di Gift è quella di tante altre ragazze, ma anche ragazzi, arrivati in Italia per cercare la protezione che non hanno avuto nel loro Stato. Per vivere liberamente la loro sessualità, ma soprattutto per poter finalmente amare chi vogliono.

Come avete potuto ascoltare, arrivare in Italia non è la fine dei loro problemi, ma solo una delle tante tappe di questo viaggio. Noi possiamo rendere più accoglienti queste tappe, iniziare ad accogliere le diversità e condividere le loro storie.

 

N:Queer to queer torna tra un mese con una nuova storia per dare voce ad un’altra minoranza della comunità LGBT+. Ti è piaciuto l’episodio? Faccelo sapere! Su instagram e sul nostro sito trovi tutti gli aggiornamenti. A presto!

 

(Sigla) G: Quello che avete ascoltato è Queer to queer un podcast che vuole dare voce alle minoranze nel mondo LGBT+.
N: Parla di lesbiche, gay, bisessuali e trans, ma racconta le storie di cui non parla nessuno. G: Si esce dagli stereotipi, ci si siede comodi e si approfondisce.
N: Con noi, ci sono loro, i protagonisti delle nostre storie. 

 

G: Queer to queer è un progetto collettivo, non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di Mauro, Francesco, Agata, Alex, Nicole e Carlotta. 

N: Se volete approfondire i temi di questo episodio o dare il vostro contributo al progetto vi aspettiamo su queertoqueer.it

In riproduzione:  Gift to Queer – con Giulio & Nicola
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